Studio Legale Avvocato Mario Sabatino
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Il silenzio è musica ?

Il silenzio è musica ?

Il silenzio è senz’altro parte di una composizione musicale e viene rappresentato sul pentagramma come una pausa.

Il silenzio, come assenza di suono, è  una componente della musica. Essendo naturalmente privo di tono, timbro e intensità, l’unica caratteristica che condivide con il suono, in un contesto musicale, è la durata. (fonte: Wikipedia)

Un’opera dove non ci sono note ma solo pause di una certa durata, può essere definita come opera musicale ?

John Cage è stato un famoso compositore di musica sperimentale. L’esecuzione di un’opera di musica sperimentale viene intesa come “una azione sperimentale il cui risultato non è prevedibile” (fonte: Wikipedia). Il video riproduce l’esecuzione di 4′.33″ , una famosissima opera di Cage. Il risultato dell’esecuzione dell’opera di Cage non è senz’altro prevedibile. Il colpo di tosse in sala, il movimento di uno degli spettatori o qualsiasi altra cosa accada in 273 secondi, eventi imprevedibili e non trascrivibili su una partitura musicale, sono parte della composizione musicale. La non azione dell’autore e direi anche dell’esecutore,  sono indiscutibilmente causa di questa serie di effetti incerti in un silenzio assoluto che non esiste.

Secondo il diritto questi 4′.33″ possono essere considerati  musica ?

Nel volume Intellectual Property Law (Bently e Sherman – Oxford University Press, terza edizione, pagg. 70 – 71) ho letto che quest’opera del silenzio nel 2002 è stata oggetto  di una controversia tra i detentori dei diritti di sfruttamento delle opere di Cage ed i Planets, una band musicale di musica pop-fusion. Purtroppo non sono ancora riuscito a trovare il pezzo dei Planets. In buona sostanza i Planets hanno inserito 60 secondi di silenzio all’interno di una loro composizione.

La controversia è stata transatta con un accordo che prevedeva il pagamento di un somma consistente.

Di certo nel diritto inglese, così come in quello italiano, per musica si intende qualcosa che comprenda melodia, armonia e ritmo.

Pertanto sarei orientato per una risposta negativa al quesito che mi sono posto:  i 4′.33″ di Cage non sono musica quindi.

Il Palazzo di Giustizia di Roma

Il Palazzo di Giustizia di Roma

2014-02-28 12.13.43Esempio di architettura italiana

I romani lo hanno sempre chiamato er Palazzaccio. Molti lo consideravano brutto, pesante e ridondante. In effetti la pesantezza della struttura qualche problema lo creò.

Progettato dall’architetto Guglielmo Calderini, il Palazzo di Giustizia rappresenta un esempio di archiettura italiana. La costruzione iniziò nel 1889 per concludersi nel 1911 dopo moltissime polemiche.

Un palazzo imponente

Ho sempre amato questo palazzo per la sua imponenza, i corridoi lunghissimi e luminosi, le scale monumentali, gli affreschi dell’Aula Magna.

Una vicenda tutta italiana

La vicenda della costruzione del Palazzo di Giustizia viene ricordata anche come uno dei primi casi di corruzione nell’Italia post unitaria. Non mancò nulla di quello che purtroppo viviamo nell’Italia di oggi. La corruzione dei politici, il malaffare degli imprenditori, le commissioni di inchiesta parlamentare, il giornalista d’inchiesta che denuncia lo scandalo con un suo libro, la giustizia che alla fine trionfa o almeno sembra che trionfi.

In un bellissimo volume edito da Gangemi, del quale ho trascritto alcuni passaggi, si narra questa antica ma ancora tanto attuale vicenda.

Da L’Italia al passaggio del secolo. Il dibattito sul “Palazzaccio” nella stampa e nel Parlamento, di Carlo Vallauri. Pubblicato nel volume “Il Palazzo di Giustizia di Roma” edito da Gangemi Editore.

……. sin dalla fase iniziale la lievitazione dei prezzi aveva provocato imbarazzi e vertenze, giacchè le ditte impegnate erano prontissime a pretendere risarcimenti per le maggiori spese; da ciò erano nate contestazioni risolte attraverso i lodi arbitrali , dai quali le imprese trarranno non pochi benefici, scarsamente giustificati ….

Renzo Rossi, il Marco Travaglio dell’epoca

….. nel 1908 è pubblicato a Roma un libro di Renzo Rossi, Palazzo di Giustizia, che rivela singolari procedure e decisioni che avevano favorito determinate imprese: è la prima ampia documentata denuncia che chiama per nome responsabilità di singoli titolari di ditte e componenti di collegi arbitrali. L’anno successivo il saggistra rincara la dose con “Un anno dopo al Palazzo di Giustizia” ed ancora nel 1910 “Due anni dopo al palazzo di giustizia”. In quest’ultimo volume Rossi riprende la proposta per un’inchiesta palamentare (la seconda dopo quella del 1907 n.d.r.) …..

2014-02-28 12.17.13La commissione d’inchiesta

Appena costituita la commissione d’inchiesta, il Procuratore Generale della Cassazione, L. Mortara, è incaricato di compiere uno studio sulla vicenda: la relazione chiarisce che errano stati pagati consistenti sovrapprezzi per effetto di transazioni, lodi ed accordi intervenuti in sede amministrativa, persino senza contestare le richieste delle ditte; risultava inoltre che erano state introdotte modificazioni e che si era proceduto a demolizioni tali da apportare aumenti notevoli dei costi senza che fossero stati forniti “elementi certi e trecnicamente giustificati”. Nel corso dei lavori la commissione accerterà in particolare che un’impresa (Borrelli) si era avvantaggiata di quasi 21 milioni dei complessivi 36 sino allora spesi dallo Stato: su tali somme non era stato possibile effettuare precisi accertamenti a causa della scomparsa dei libri contabili. Era emerso inoltre che che somme ingenti erano finite a favore della ditta e di persone ignote per “fini inconfessabili”.

Deputati, consulenze e corruzione

Un deputato (Sottosegretario alla Giustizia nel ministero Luzzatti) aveva ottenuto tra l’altro un’ingente somma per una consulenza legale nell’ambito delle vertenze. Risulteranno coinvolti altri deputati: uno di essi risulterà aver fatto da intermediario presso il Ministero dei L.L.P.P., per ammettere all’asta l’impresa Borrelli che era stata esclusa per scarsa affidabilità ( e si era fatto costruire dalla stessa impresa un villino in Roma); un altro deputato (per di più Consigliere di Stato e giudice arbitrale in due lodi sul Palazzaccio) risultava anche proprietario di un altro villino costruito in quegli anni dalla stessa impresa; per un altro (Sottosegretario ai L.L.P.P.) la Commissione confermo che non aveva operato nell’accorgimento e nella ponderazione” necessari per la tutela degli interesse dello Stato.

2014-02-28 12.20.27Nel giugno del 1913 il Senato approvò le conclusioni della Commissione, il cui verdetto quindi ottiene il pieno riconoscimento del Parlamento tanto che i deputati che erano stati chiamati in causa per comportamenti scorretti ( A. Guarracino, G. Abignente, T. Mosca, R. Luzzato) presto si dimetteranno dal loro mandato parlamentare.

Nel dopoguerra (dopo la prima guerra mondiale n.d.r.) riemergono nuove rivelazioni su irregolarità in ordine allo scandalo: si infittiscono informazioni e polemiche confermando gli abusi compiuti che contribuiscono a gettare ulteriori giudizi di condanna su una parte del ceto politico e sulle complicità conseguenti. La costruzione del palazzo eretto quale simbolo di giustizia ha messo in evidenza le crepe della società dei notabili, le interferenze illecite nella vita amministrativa, i rischi di un “diritto” applicato spesso a “rovescio” e nello stesso tempo la possibilità, nelle istituzioni libere, di controllare l’operato di chi gestisce il potere, di scoprire le responsabilità e rimuovere gli errori.

Il paese, ormai lacerato da pù violenti conflitti, tende però a guardare altrove.

Riforma della giustizia civile: processo civile a carte scoperte, introduzione della discovery e novella all’art. 115 c.p.c.

Riforma della giustizia civile

Il Ministero della Giustizia ha pubblicato nel suo sito una scheda con le linee guida della prossima nuova riforma.
Il Ministro Orlando ha anche aperto una fase di consultazione sulle linee guida che si concluderà il 31 agosto 2014 e alla quale sarà possibile partecipare, come per la riforma della Pubblica Amministrazione, scrivendo a rivoluzione@governo.it .
E’ seguito l’invio da parte del Ministro, nel proprio profilo Twitter, di alcune slide che intendono riassumere le linee guida. Vi consiglio di non fermarvi alle slide ma di leggere i documenti pubblicati nel sito del Ministero che contengono molti spunti interessanti.

Queste le mie proposte di riforma della giustizia civile che invierò al Ministero

Il momento della conoscenza del fatto è essenziale nella difesa delle parti e nello svolgimento dell’attività del giudice; il giudice applica infatti la norma al quadro probatorio emerso nel processo ovvero alla tanto controversa e dibattuta verità processuale.

Una completa conoscenza del fatto consente alle parti una più attenta valutazione dei propri rispettivi interessi e permette di valutare al meglio ipotesi di risoluzione alternativa delle controversie.

Introduzione della discovery

Nel diritto processuale degli Stati Uniti la discovery è una pre-trial phase nel corso della quale è possibile ottenere una prova proveniente dalla controparte attraverso la richiesta di risposte ad un interrogatorio, la richiesta di produzione di documenti ed altro.
Secondo la legge degli Stati Uniti la discovery può riguardare qualsiasi elemento che possa essere considerato una prova ammissibile nel processo. Pertanto la sua accezione risulta essere più ampia di quella di prova ammissibile in senso proprio poiché comprende anche la ricerca di quegli elementi che possano essere successivamente considerati rilevanti.
La discovery riguarda ovviamente anche tutti i dati gestiti elettronicamente (documenti, email ecc.) ed ha un impatto notevole sulla successiva eventuale fase processuale. Accade spessissimo infatti che le vertenze siano transatte dopo questa fase preliminare al processo, in cui le parti sono costrette a scoprire le carte.
Le conseguenze della mancata produzione di documenti in sede di discovery,  ed ancor peggio, della non corretta o deficitaria conservazione dei documenti elettronici, sono gravissime e possono compromettere la posizione processuale della parte.
L’introduzione nel nostro ordinamento della discovery, conosciuta nel Regno Unito come disclosure, sarebbe a mio avviso dirompente. Le parti avrebbero la possibilità di giocare a carte completamente scoperte prima dell’inizio della fase processuale propriamente detta e così valutare le reali possibilità di successo della causa con un immaginabile effetto deflattivo sul carico dei tribunali civili.

Novella all’art. 115 c.p.c.: processo a carte scoperte

Nello stesso solco una piccola modifica all’art. 115 del c.p.c. . Come ho scritto sopra, il giudice applica  la norma al quadro probatorio emerso nel processo al quale deve tassativamente attenersi:
Salvi i casi previsti dalla legge (cc. 2736; c.p.c. 117, 118, 213, 240, 241, 257, 258, 317, 439, 464), il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero, nonché i fatti non specificamente contestati dalla parte costituita (art. 115 c.p.c.).
Costringere le parti a mostrare all’avversario le prove a fondamento delle proprie pretese in una fase pre processuale rappresenterebbe un indubbio vantaggio con chiari conseguenti effetti deflattivi sul carico di lavoro dei tribunali.
Testo proposta da aggiungere al primo comma dell’art. 115 c.p.c.:
<< E’ possibile utilizzare nel processo soltanto i documenti di cui le parti siano state messe a conoscenza mediante la consegna in copia, almeno 90 giorni prima della notifica dell’atto di citazione  o del deposito del ricorso, con ogni mezzo e modalità idonei a garantire la certezza del loro ricevimento >>.
L’art. 115 c.p.c. risulterebbe quindi così novellato:
<< Salvi i casi previsti dalla legge (cc. 2736; c.p.c. 117, 118, 213, 240, 241, 257, 258, 317, 439, 464), il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero, nonché i fatti non specificamente contestati dalla parte costituita.  E’ possibile utilizzare nel processo soltanto i documenti di cui le parti siano state messe a conoscenza mediante la consegna in copia, almeno 90 giorni prima della notifica dell’atto di citazione o del deposito del ricorso, con ogni mezzo e modalità idonei a garantire la certezza del loro ricevimento.
Il giudice può tuttavia, senza bisogno di prova, porre a fondamento della decisione le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza >>
In questo modo le parti avrebbero inoltre un quadro completo del fatto che permetterebbe di ridurre l’alea del processo alla sola interpretazione ed applicazione della norma. Allo stesso tempo si eliminerebbero gli inutili e spesso controproducenti tatticismi (a volte anche le furbate, purtroppo) nello svolgimento dell’istruzione probatoria delle cause affinchè le parti ed il giudice possano vivere la fase processuale nella maniera più leale e trasparente possibile.

Contributo unificato aumenti 2014: un problema di accesso alla giustizia

Contributo unificato aumenti 2014

Da ieri è entrato in vigore il  DECRETO-LEGGE  24 giugno 2014 , n.  90  –    Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari che prevede un nuovo aumento del contributo unificato.

Valore della causa Vecchio importo Nuovo importo Differenza percentuale
1.100 37 43 16,22
Da 1.100 a 5.200 85 98 15,29
Da 5.200 a 26.000 206 237 15,05
Da 26.000 a 52.000 450 518 15,11
Da 52.000 a 260.000 660 759 15,00
Da 260.000 a 520.000 1.056 1.214 14,96
Più di 520.000 1.466 1.686 15,01

Un problema di accesso alla giustizia

Il contributo unificato rappresenta oggi uno degli espedienti messi in campo dal legislatore per ridurre il numero di cause pendenti negli uffici giudiziari. Spesso si tratta di uffici giudiziari che solo a stento e con grande sforzo di fantasia (e conseguente illusione) possono essere considerati funzionanti. Potrei fare degli esempi concreti ma mi astengo.

La giustizia civile, quindi, solo a parole rappresenta una priorità dell’attività d’intervento legislativo dei governi ma in concreto è mera occasione di prelievo fiscale. E’ vero, la giustizia civile è stata da sempre occasione di prelievo fiscale; ne sono convinto da quando 20 anni fa misi la prima volta piede in un Tribunale ed accompagnai un avvocato ad acquistare delle marche da bollo. Vi ricordate ? Quelle che si leccavano ed avevano quel sapore dolciastro, mica le figurine con il codice a barre di oggi.

La differenza tra ieri ed oggi è che tutti gli ultimi governi hanno adottato una strategia punitiva nei confronti del cittadino che intende rivolgersi ad un giudice per la tutela delle proprie ragioni.

Il meccanismo è simile a quello della cosiddetta carbon tax.

La carbon tax è una tassa sulle risorse energetiche che emettono biossido di carbonio nell’atmosfera. È un esempio di ecotassa, che è stata proposta dagli economisti come preferibile in quanto tassa un “male” anziché un “bene”. È uno strumento di politica fiscale secondo il quale ogni tonnellata di inquinamento da anidride carbonica rilasciata dai combustibili fossili sarà soggetto ad un’aliquota fissata dal governo. Dato che è indirizzata contro un comportamento negativo, è classificata come tassa Pigouviana, dal nome di Arthur Cecil Pigou che per primo propose una soluzione al problema dei costi pubblici (Wikipedia).

Insomma, la richiesta allo stato di amministrare la giustizia è un male e quindi va tassato in quanto comportamento negativo.

Ius est ars boni et aequi, scriveva Celso nel II secolo dopo Cristo. Una giustizia che aspirava a valori etici e morali (boni et aequi) attraverso l’opera del giurista, paragonato all’artista, poichè come l’artista vede ciò che altri non vedono.

In uno stato dove la giustizia è considerata come un male, allo stesso modo il concetto di responsabilità è visto come un male. Senza giustizia non c’è responsabilità poichè manca la possibilità di ottenere una sanzione contro l’abuso. Di questo ci accorgiamo ogni giorno sfogliando i quotidiani e nella vita di tutti i giorni, magari ascoltando le chiacchiere intorno mentre prendiamo il caffè al bar con gli amici.

Irresponsabilità e mancanza di tutela, per chi alla giustizia non può accedere per motivi economici, rappresentano espressione di una matrice fortemente autoritaria.

Conseguenza dell’abuso che non abbia possibiltà di trovare tutela nella giustizia, è la sottomissione di chi non può far altro che subire, oppure la sopraffazione attraverso la violenza della giustizia privata. Assistiamo quindi ad una involuzione della società verso la barbarie.

Ma non abbattiamoci. Non tutto è perduto. Dove c’è un’ingiustizia ci può essere un avvocato capace di difendere dall’abuso ed un giudice in grado di ascoltare e con le qualità per decidere.

L’ordinanza collegiale N. 00023/2014 del TAR di Trento

Il TAR di Trento con una interessante ordinanza collegiale ha ritenuto

pregiudizialmente sussistere l’interesse sostanziale e processuale della parte ricorrente ad opporsi al pagamento richiesto con l’atto del Segretario Generale del TRGA di Trento per proporre ricorso avverso gli atti in epigrafe indicati ed impugnati con il ricorso originario ed i successivi motivi aggiunti, sussistendo quindi (cfr. Cons. St., sez. V, 23 ottobre 2013, n. 5131)le condizioni per rimettere all’esame della Corte di giustizia dell’Unione Europea la seguente questione pregiudiziale di corretta interpretazione della normativa interna in rapporto a quella comunitaria sovraordinata:
- se i principi fissati dalla Direttiva del Consiglio 21 dicembre 1989, 89/665/CEE e successive modifiche ed integrazioni, che coordina le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative relative all’applicazione delle procedure di ricorso in materia di aggiudicazione degli appalti pubblici di forniture e di lavori, come modificata dalla direttiva del Consiglio 18 giugno 1992, 92/50/CEE, ostino ad una normativa nazionale, quale quella delineata dagli articoli 13, commi 1-bis, 1-quater e 6-bis, e 14, comma  3-ter,  del  D.P.R.  30.5.2002  n.  115  (come  progressivamente novellato  dagli  interventi  legislativi  successivi) che  hanno  stabilito  elevati importi di contributo unificato per l’accesso alla giustizia amministrativa in materia di contratti pubblici.

Il caso riguarda una impugnativa in materia di appalti pubblici. La materia è stata oggetto negli ultimi anni di un intervento pesantissimo da parte del legislatore.

Come adeguatamente riportato nella stessa ordinanza

E’ opinione diffusa in dottrina, tra gli operatori giuridici e tra gli stessi magistrati, infatti, che il Legislatore italiano abbia voluto ostacolare l’accessibilità ai mezzi di ricorso in materia di appalti, rispetto alle altre materie del contenzioso amministrativo, mediante l’imposizione di una tassazione esagerata, illogica, iniqua e sproporzionata, con la finalità di deflazionare tale contenzioso.

Inoltre il collegio osserva che

da lungo tempo il contenzioso in tema di appalti pubblici è governato da un rito processuale speciale, chiaramente ispirato all’esigenza di salvaguardare gli interessi pubblici coinvolti; il che ha condotto il Legislatore all’emanazione di una disciplina tesa ad impedire che il giudice amministrativo, in particolare nella fase cautelare, blocchi o comunque ritardi l’esecuzione dei contratti pubblici, in una materia d’immediato rilievo economico per lo Stato.
Dunque, anche gli elevati e sproporzionati importi del contributo unificato in questa materia sembrano ispirati alla stessa logica di scoraggiare e comprimere il ricorso alla giustizia amministrativa.

Infine, conclude il collegio

Tutte  queste  rilevazioni  evidenziano come  e  perché  la  sopra  ricordata normativa nazionale si  ponga in rotta di  collisione non solo con i  principi costituzionali  di  effettività e satisfattività della  tutela giurisdizionale (come censurato  da  parte  ricorrente),  ma  -  soprattutto,  principalmente  e preliminarmente  -  con la  ricordata  Direttiva  n.  665/89,  la  quale  ha  posto anch’essa,  come priorità assoluta ed incondizionata,  l’esigenza di effettività della  tutela  del  ricorrente,  come  variabile  indipendente  dall’interesse  alla celere e non ostacolata esecuzione del contratto pubblico.
Come  già  detto  sopra,  si  ribadisce  che  il  principio  della  tutela giurisdizionale effettiva costituisce un principio generale del diritto dell’Unione, a sua volta derivato dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, che è stato sancito dagli artt. 6 e 13 della CEDU, oltre ad essere stato ribadito anche dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (v. la giurisprudenza sopra citata ai punti 20 e 25).
L’efficacia dei mezzi di ricorso presuppone, infatti, costi sostenibili e proporzionati al vantaggio che il ricorrente confida di ritrarre dalla controversia, mentre la citata disciplina del contributo unificato in materia di appalti sembra ostacolare il raggiungimento dell’effetto utile perseguito dalla Direttiva n. 665/89. A maggior ragione, in fattispecie di appalti di scarso valore, ma comunque al di sopra della soglia comunitaria, come quello in esame, l’elevato ammontare del contributo unificato rischia di vanificare del tutto l’utilità ritraibile dal ricorso.

Si tratta di un importante provvedimento , che vi consiglio di leggere per la brillante argomentazione e la quantità di spunti che se ne possono trarre; un provvedimento che,  se supportato da una pronuncia favorevole della Corte  di  giustizia  dell’Unione Europea, potrebbe aprire una prima breccia sul muro di gomma del contributo unificato e dell’uso distorto e contrario ai principi costituzionali ed al diritto dell’Unione Europea nonchè alle norme della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo  che ne viene fatto dal nostro legislatore.

Pagamenti tramite POS ? No, meglio in bitcoin.

Pagamenti tramite POS ? No, meglio in bitcoin

Sul presunto obbligo di accettare pagamenti tramite POS

Come opportunamente precisato da Guido Alpa, Presidente del Consiglio Nazionale Forense, l’ art. 15 comma 4 del cd. “decreto sviluppo bis”( D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”, come modificato dall’ultimo decreto cd. “mille proroghe”, cfr. art. 9, comma 15-bis, D.L. 30 dicembre 2013, n. 150, convertito, con modificazioni, dalla L. 27 febbraio 2014, n. 15.),

non stabilisce affatto che tutti i professionisti debbano dotarsi di POS, né che tutti i pagamenti indirizzati agli avvocati dovranno essere effettuati in questo modo a partire dalla data indicata, ma solo che, nel caso il cliente voglia pagare con una carta di debito, il professionista sia tenuto ad accettare tale forma di pagamento.

Infatti il tenore della norma è il seguente:

A decorrere dal 30 giugno 2014, i soggetti che effettuano l’attività di vendita di prodotti e di prestazione di servizi, anche professionali, sono tenuti ad accettare anche pagamenti effettuati attraverso carte di debito. Sono in ogni caso fatte salve le disposizioni del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231.

Inoltre precisa Alpa,

la disposizione in parola introduce un onere, piuttosto che un obbligo giuridico, ed il suo campo di applicazione è necessariamente limitato ai casi nei quali saranno i clienti a richiedere all’avvocato di potersi liberare dall’obbligazione pecuniaria a proprio carico per il tramite di carta di debito. Ipotesi che, considerate le prassi in uso nei fori, per molti colleghi potrebbe anche non verificarsi mai. In ogni caso, qualora il cliente dovesse effettivamente richiedere di effettuare il pagamento tramite carta di debito, e l’avvocato ne fosse sprovvisto, si determinerebbe semplicemente la fattispecie della mora del creditore, che, come noto, non libera il debitore dall’obbligazione. Nessuna sanzione è infatti prevista in caso di rifiuto di accettare il pagamento tramite carta di debito.

Tuttavia, numerose aziende ed istituti bancari, assecondate da una insistente campagna sui principali media, hanno inondato le caselle di posta elettronica dei professionisti di offerte di servizi di pagamento con carte di credito e di debito.

Ebbene, la mia risposta a questa ondata mediatica è stata l’implementazione nel sito del mio Studio Legale del sistema BitPay che mi consente di ricevere pagamenti in Bitcoin.

Cosa sono i Bitcoin

Guardate questo video. Purtroppo è in inglese ma la grafica è abbastanza eloquente e su Internet sono ormai motissime le risorse per ottenere informazioni sulle criptomonete. Tanto per cominciare, dopo aver guardato il video, provate a fare una ricerca su Google e consultate Wikipedia.  Se ne avete voglia consultate poi il sito www.cryptocoinlaw.net

Il tempo della notifica a mezzo PEC

E’ valida la notifica a mezzo PEC eseguita fuori dagli orari previsti all’art. 147 c.p.c. ?

Alcuni mesi fa mi posi il problema dell’applicazione dell’art. 147 cpc (tempo delle notificazioni) al caso della notifica a mezzo PEC. E’ ad esempio valida e tempestiva la notifica avvenuta alle 22,00 dell’ultimo giorno utile di un atto di opposizione a decreto ingiuntivo.  L’articolo 147 c.p.c. questione è stato riscritto con la legge 263 del 2005 e quindi non risale al Regio Decreto 28 ottobre 1940, n. 144.

La ratio dell’art. 147 c.p.c. è chiara.

La norma è stata scritta per evitare che in certi orari piombi l’UG a casa del destinatario dell’atto. Tale necessita di tutela è a mio avviso presente se consideriamo che l’indirizzo di PEC rappresenta a tutti gli effetti un domicilio informatico (domicilio nel senso dell’art. 139 cpc) e che ricevere la notifica di un precetto o di una citazione, in certi orari sul proprio computer, potrebbe procurare al destinatario identico turbamento di una notifica tradizionale (e forse anche maggiore, in quanto il ricevimento non è mediato dall’UG che spesso rassicura la parte sul contenuto ed il significato dell’atto notificato).

Ai sensi dell’art. 47 delle disposizioni di attuazione del c.p.c., se la parte interessata lo richiede, deve essere inserita l’indicazione dell’ora nella quale la notificazione è stata eseguita. Nel caso della notifica dell’avvocato a mezzo PEC l’ora viene indicata dallo stesso sistema. La notifica dell’avvocato si perfeziona esclusivamente con la ricevuta di accettazione e consegna.

Conclusi le mie riflessioni con la convinzione che per stare tranquilli sarebbe stato preferibile notificare entro gli orari del 147 c.p.c., e cioè dalle ore 7,00 alle ore 21,00.

Secondo quanto riferisce il collega Rudi, il Ministro Orlando ha risolto il problema del tempo delle notifiche telematiche, chiarendo con decreto (che contiene altri importanti provvedimenti per la cui lettura vi rimando al sito dell’Avv. Rudi), che l’art. 147 c.p.c. si applica anche alle notifiche telematiche in proprio, le quali potranno pertanto quindi effettuarsi solo dalle 7 alle 21.

Non risulta però ancora chiara la sorte delle notifiche eseguite fuori del tempo stabilito dall’art. 147 c.p.c. . Attendiamo di leggere il testo del DL quando sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Sul punto un ulteriore spunto di riflessione.

Il destinatario della notifica tradizionale eseguita fuori degli orari del 147 c.p.c. può legittimamente rifiutare di ricevere l’atto, impedendo quindi il perfezionamento dell’attività di notificazione. Sul punto due precedenti.

L’irregolarità formale della notificazione, in quanto eseguita oltre l’orario  consentito dall’art. 147, c.p.c., il quale è posto a tutela dell’interesse al riposo del destinatario della notificazione e delle altre persone che possono ricevere l’atto in sua vece, può essere fatta valere esclusivamente dal soggetto nel cui interesse detto limite è stabilito, mediante il legittimo rifiuto di ricevere l’atto, con la conseguenza che, ove l’atto sia stato accettato, l’irregolarità della notificazione non impedisce il completamento del procedimento di notificazione, con la realizzazione della legale  ed effettiva conoscenza dell’atto e della costituzione del rapporto giuridico processuale. (Cons. Stato, Sez. IV, 05/05/1997, n.476).

La notificazione eseguita al di fuori degli orari indicati dalla norma è affetta da nullità relativa (C., S.U., 946/1954; C. 2110/1972).

Ebbene, se Tizio programmasse il suo server DNS in maniera che la casella di PEC impostata sul proprio dominio non possa ricevere email certificate oltre gli orari previsti dall’art. 147 c.p.c.,  e magari in modo che in automatico spedisca comunicazione di rifiuto di accettazione della notifica (ammesso e non concesso che ciò fosse possibile in concreto), la notifica via PEC inviata alle 21,01 dell’ultimo giorno utile sarebbe valida ?

Oppure – più semplicemente – può il destinatario di una notifica a mezzo PEC inviare al mittente della stessa, ovvero all’agente notificatore, legittima dichiarazione di rifiuto della notifica perchè eseguita fuori degli orari stabiliti dall’art. 147 c.p.c. ?

Infine, la nullità può essere eccepita in giudizio oppure è necessario – affinchè la notifica sia dichiarata nulla – che essa sia stata preventivamente rifiutata dal destinatario ?

La definizione di bitcoin nella prima proposta di legge presentata in Italia sulle criptomonete

bitcoinLe valute complementari hanno la caratteristica di affiancare la moneta avente corso legale e di sostituirla all’interno di un gruppo sociale che decide di adottarle. La valuta complementare può assumere diverse forme, dal buono sconto alle miglia accumulate dai viaggiatori aerei, dai barter basati sullo schema dello scambio di merci in compensazione ai buoni pasto. Le monete complementari non competono con la moneta avente corso legale, l’emissione è centralizzata ed ogni unità rappresenta un titolo di credito del possessore nei confronti dell’organismo emittente.
Le criptomonete invece, per la loro specifica natura e per i protocolli informatici che ne regolano il funzionamento nonché la produzione di nuove unità di valuta, non sono un titolo di credito nei confronti di un soggetto emittente. In realtà si può tranquillamente affermare che un soggetto emittente le criptomenete (ovvero un soggetto giuridico determinato che produca la monete) neanche esista, essendo l’emissione di nuove unità di valuta basata su una rete informatica con una struttura peer to peer.

Leggi tutto l’articolo qui:

La definizione di bitcoin nella prima proposta di legge presentata in Italia sulle criptomonete. | CryptoCoinLaw.

Processo civile telematico – PDF o PDF/A ?

Secondo quanto previsto dall’allegato 2 al DPCM 3/12/2013 pubblicato il 12-3-2014 nel supplemento ordinario n. 20 alla GAZZETTA UFFICIALE Serie generale – n. 59, il formato dei documenti informatici degli atti deve essere il PDF/A.Tale standard è riconosciuto a livello internazionale per l’archiviazione a lungo termine.

https://it.wikipedia.org/wiki/PDF/A

Ebbene, dopo aver scoperto la cosuccia, sono andato a controllare i vari file che mi sono capitati nel PC e NESSUNO è compatibile con lo standard PDF/A, tantomeno quelli provenienti dagli uffici giudiziari.

http://www.pdf-tools.com/pdf/validate-pdfa-online.aspx

Inoltre i file .pdf prodotti da Word 2013 non sono naturalmente compatibili con lo standard.

Non credo che la cosa possa produrre nell’immediato delle conseguenze negative (i file che ricevo dal tribunale sono i primi a non essere conformi), tuttavia ritengo che in una prospettiva di lungo periodo sia opportuno adeguare i propri software per non aver problemi, magari tra 15 anni, nell’apertura e la lettura di un .pdf.

Processo a carte scoperte: proposta di novella all’art. 115 c.p.c.

Il 23 di febbraio scrivevo dell’opportunità di introdurre l’istituto della discovery nell’ordinamento italiano.
Dopo un breve scambio di opinioni con alcuni colleghi nella mailing list legalit ho elaborato questa piccola modifica all’art. 115 c.p.c.
Testo proposta:
<< E’ possibile utilizzare nel processo soltanto i documenti di cui le parti siano state messe a conoscenza mediante la consegna in copia, almeno 90 giorni prima della notifica dell’atto di citazione  o del deposito del ricorso, con ogni mezzo e modalità idonei a garantire la certezza del loro ricevimento >>.
Da aggiungere al primo comma dell’art. 115 c.p.c. che sarebbe quindi così novellato:
<< Salvi i casi previsti dalla legge (cc. 2736; c.p.c. 117, 118, 213, 240, 241, 257, 258, 317, 439, 464), il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero, nonché i fatti non specificamente contestati dalla parte costituita.  E’ possibile utilizzare nel processo soltanto i documenti di cui le parti siano state messe a conoscenza mediante la consegna in copia, almeno 90 giorni prima della notifica dell’atto di citazione o del deposito del ricorso, con ogni mezzo e modalità idonei a garantire la certezza del loro ricevimento.
Il giudice può tuttavia, senza bisogno di prova, porre a fondamento della decisione le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza >>

 

Per l’introduzione della discovery nell’ordinamento processuale civile italiano

Swedish Pirate
Swedish Pirate (Photo credit: Earthworm)
Un anno fa scrissi un articolo pubblicato su Medialaws sulla cross border discovery, ovvero sulla possibilità di utilizzare nel foro nazionale le prove acquisite con l’istituto della discovery statunitense.
Nel diritto processuale degli Stati Uniti la discovery è una pre-trial phase nel corso della quale è possibile ottenere una prova proveniente dalla controparte attraverso la richiesta di risposte ad un interrogatorio, la richiesta di produzione di documenti ed altro.
Secondo la legge degli Stati Uniti la discovery può riguardare qualsiasi elemento che possa essere considerato una prova ammissibile nel processo. Pertanto la sua accezione risulta essere più ampia di quella di prova ammissibile in senso proprio poiché comprende anche la ricerca di quegli elementi che possano essere successivamente considerati rilevanti.
La discoveryriguarda ovviamente anche tutti i dati gestiti elettronicamente (documenti, email ecc.) ed ha un impatto notevole sulla successiva eventuale fase processuale. Accade spessissimo infatti che le vertenze siano transatte dopo questa fase preliminare al processo in cui le parti sono costrette a scoprire le carte.
Le conseguenze della mancata produzione di documenti in sede di discovery,  ed ancor peggio, della non corretta o deficitaria conservazione dei documenti elettronici, sono gravissime e possono compromettere la posizione processuale della parte.
L’introduzione nel nostro ordinamento della discovery, conosciuta nel Regno Unito come disclosure, sarebbe a mio avviso dirompente. Le parti avrebbero la possibilità di giocare a carte completamente scoperte prima dell’inizio della fase processuale propriamente detta e così valutare le reali possibilità di successo della causa con un immaginabile effetto deflattivo sul carico dei tribunali civili.